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Tasi e TiraSito dei Veci Artiglieri da Montagna della Caserma Piave di Dobbiaco appartenenti al Gruppo Asiago della Brigata Tridentina. Qui troverai le foto inviate dai veci e notizie sui nostri Ufficiali , Sottufficiali e Graduati.
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Questo spazio é a disposizione di tutti per poter ricercare vecchi compagni di naja. Inviate la vs. richiesta a Luigi , con il nome o la foto di chi ricercate.

Email : luigi@gruppoasiago.net


Artigliere con il bambino del M.llo Paci alla Caserma Piave

Ricerca artigliere

chi era l'artigliere che teneva in braccio il bambino del M.llo Paci. La foto é scattata nel cortile della Caserma Piave nell'anno 1960/61


Luigi Favilla e Gen. Pastorello

Si sono ritrovati

dopo 53 anni a L'Aquila nel 2015 Luigi Favilla e il Gen. Pastorello. Erano alla 28°Batteria nel 1961

 


Racconti di Sergio Negrini 28° Btr. anno 1970


Arrivo alla Caserma Piave e vita di naja al Gruppo Asiago

CUNEO, alla Bassano degli Alpini.
Al momento di partire per essere destinati al reggimento tutti schierati nel cortile della caserma CESARE BATTISTI, un sergente con una lista in mano chiama ad alta voce due nomi, il mio e quello di un’altra recluta. Ci preleva e ci mette in una nuova fila. Saliti sul treno, all’oscuro di ciò che stava accadendo, mi trovo scaraventato senza alcun motivo nell’Artiglieria da Montagna e precisamente nella caserma PIAVE di DOBBIACO. La tradotta arriva alla penultima fermata verso le ore 16. Giunti in stazione il primo benvenuto lo portarono le cornacchie appollaiate sugli abeti con il proprio gracidare. Fu la prima brutta impressione. La seconda, forse peggiore, fu il passaggio davanti al cancello della porta carraia delle scuderie. Uomini con le tute da lavoro ci diedero il benvenuto urlando e battendo pale e forche sul cancello. Gridavano: “mate morirete, vi faremo sputare lamette”. Nessuno disse una parola, la paura era tanta. Dopo la visita medica l’altra recluta fu trasferita subito altrove, rimasi l’unico in caserma con le mostrine verdi degli alpini per quattro cinque giorni. Alla mensa gli anziani mormoravano tra loro dicendo: “stasera magnemo el cunicio [coniglio]” così chiamavano gli alpini. Questo fu il mio primo impatto con la caserma PIAVE.
 
VITA DI CASERMA
Superato il primo brutto momento, presi tutto abbastanza bene. Mi impegnavo nelle ore di ginnastica per superare le difficoltà successive che raccontavano essere abbastanza dure. Dopo qualche mese serviva un falegname per riparare i gradini delle scale che portavano alle camerate. Subito mi sono offerto, era il mio lavoro. I gradini a quel tempo erano di legno di larice con il bordo di ferro tutto attorno. Ricordo il rumore delle tavole rotte e consumate e del ferro che batteva sul cemento durante le continue adunate fatte sempre di corsa. Finito il lavoro a regola d’arte mi trasferirono al piano terra aggregato al reparto comando. Dopo qualche tempo i lavori non erano più di falegnameria ma anche di muratura: non era più il mio compito quindi chiesi di tornare in batteria alla 28 anche perchè i signori della R.C. non mi vedevano di buon occhio. Mi assegnarono il posto branda vicino alla porta di entrata della camerata, dicevano che sentivano l’odore dei muli.
 
LE GUARDIE
La Pasqua del 1970 l’ho trascorsa di guardia all’Aeroporto di DOBBIACO R.A.L. Una giornata tranquilla senza problemi per mè è stata la prima volta. Non era invece la prima volta il giorno di Natale quando sono montato in servizio di guardia ai muli. Nel periodo delle festività per mancanza di personale eravamo sempre di guardia armata o di cambio guardia ai muli. Chi smontava si trovava in bacheca per altre mansioni. Gli anziani per spaventarci ci dicevano spesso: “Il prossimo inverno resterete sepolti sotto la neve, spalate la neve di giorno e la mattina dopo la troverete più alta di prima”, ma l’inverno 1971 di neve se n’è vista poca. Il freddo però si è fatto sentire... e come s’è fatto sentire! Una notte di dicembre di guardia in garitta alle scuderie con indosso il paltò e il sopra paltò e con gli scarponi di legno per isolarsi dal pavimento, alle quattro di mattina, terminato il mio turno, arriva il cambio. Scendo con difficoltà la scaletta per il grosso pastrano e i sopra scarponi. Arrivo a terra e mi scambio con il compagno. Il caporale allora decide di entrare nelle scuderie e quindi di fare il lungo percorso del ritorno al caldo. Come siamo entrati in scuderia solo il mio Garand a contatto con il caldo umido delle scuderie, diventò improvvisamente bianco, ricoperto di ghiaccio. Appresi poi che quella notte il termometro era sceso a meno 29 gradi.

LE TRUNE
Nel gennaio del 1971 prima del campo invernale, arriva l’ordine di costruire tre trune nel cortile sellerie. Al comando delle operazioni il sergente DE PAU, già abilitato dal campo invernale del 1970. Ricordo che abbiamo raccolto la poca neve rimasta nel cortile per ultimare la costruzione. Si pensava che fosse solo una esercitazione ma alla sera in bacheca c’erano i nomi di quelli che dovevano dormirci dentro, tra questi anche il mio. Fu una nuova esperienza che fortunatamente non si ripetè al campo invernale del 1971. Sempre in gennaio 1971 una domenica pomeriggio un sergente organizza un gruppo di artiglieri liberi dal servizio per una sciata nella zona lago di DOBBIACO. Partecipai anch’io pur non avendo mai usato gli sci. Dopo vari tentativi, restare in piedi era già qualcosa. Un’ora dopo riuscivo a fare una ventina di metri, ero contento e felice dei risultati. Poi arrivò l’ordine di rientrare; mi trovavo su una collinetta, mi lasciai andare per l’ultima discesa, arrivato in fondo alzai le mani al cielo per la gioia e in quell’istante lo sci si impiantò nella neve. Feci un giro e mezzo su me stesso e rimasi lì come un sacco di patate, non riuscivo più a muovermi. I miei compagni rientrati in caserma mi recuperarono con la campagnola di servizio. Dopo otto giorni di riposo branda, tutto tornò quasi come prima. Il campo invernale del 1971 mi stava aspettando con i suoi scavalcamenti e le sue marce. Alla fine tutto andò abbastanza bene ma le conseguenze della caduta sono rimaste e le sento ancora oggi.

 

 RIFUGIO GIOGO LUNGO in VALLE AURINA
Un manipolo di uomini al comando del TENENTE , scelti la sera prima per una esercitazione armata sul confine di stato in VALLE AURINA. Adunata all’alba prima della sveglia nel cortile, dopo una abbondante colazione, passati per l’armeria per ritirare tre caricatori a testa e saliti sui camion pronti per una nuova avventura. Fu una delle poche volte che si usciva di caserma senza i muli e veramente armati. Giunti a CASERE in valle AURINA all’oscuro di tutto come sempre, partiamo in colonna prendendo il sentiero a destra della valle AURINA. Il tenente in testa, con la sua carta topografica militare, ci stava portando al posto prestabilito; a metà percorso ci siamo fermati per il rancio di mezzogiorno. Il cuciniere tirò fuori dal suo zaino pane e bistecche già precotte la sera prima e acceso un piccolo fuoco le servì calde; non era il famoso DALL’ORA, non ricordo il suo nome, forse era un terzo 49, ricordo solo la sua esile corporatura che quasi spariva sotto il suo grosso zaino. Giunti in prossimità del passo, il tenente diede l’ordine di inserire il caricatore nel garand. Il tempo non permetteva di capire dove ci trovavamo, eravamo immersi in un continuo andirivieni di nuvole ma, in una breve schiarita si presentò ai nostri occhi una valle stretta e tortuosa; era la VALLE ROSSA che con la VALLE DEL VENTO forma un anello che scende a CASERE.

 Eravamo al rifugio GIOGO LUNGO. Sulla nostra sinistra a circa duecento metri più in alto, sotto una roccia si trovava un piccolo bivacco di legno. Il tenente estrasse la pistola, eravamo tutti lì vicino e disse: “Andiamo ad ispezionare il bivacco”. Saliti in tre con il garand in mano, entrò nel piccolo rifugio logicamente vuoto. Mi rimase impressa una tavola del pavimento rotta e un pezzo mancante da dove si vedeva la roccia sotto qualche metro. All’interno non si notò alcuna presenza recente di persone ma il tenente ci disse che i confini di stato erano lì sopra le nostre teste e che a quel tempo le precauzioni non erano mai troppe. Ritornati alla sera in caserma, stanchi ma soddisfatti per una bella giornata senza i nostri amati muli, come ricompensa ci siamo trovati tutti in servizio di guardia o in scuderia.

 
LE LICENZE
A conclusione di questo mio racconto vorrei accennare come si svolgevano le licenze in quel periodo. Dopo tre mesi ad ASIAGO con la scusa di un matrimonio di un mio parente, chiedo rapporto al cap.COSOLA che a fatica mi concede 48 ore di permesso. A quel tempo DOBBIACO-VERONA servivano sei-sette ore di tempo quindi ne rimaneva poco disponibile. Al ritorno, il treno arrivava a DOBBIACO alle ore undici e trenta. Quella sera sapevano del mio rientro e gli anziani mi stavano aspettando. Appena messo piede in camerata nella penombra mi fermarono, mi circondarono e mi dissero che al primo rientro bisognava fare subito rivista zaino; aprirono senza tante storie il borsone e trovarono tre bottiglie di vino rosso della famosa annata del 1969. Presero subito un cavatappi per aprire la prima bottiglia ma il caldo e lo sbattimento del treno fecero la loro parte;appena aperta, senza nessuna cautela, la bottiglia sputò fuori tutto il suo contenuto sul pavimento di piastrelle rosse. La seconda, aperta con più calma, riuscirono dopo il botto controllato, a non perdere il prezioso nettare ma qualcosa andò comunque perduto. La terza, decisero di aprirla il giorno dopo, logicamente senza la mia presenza. Passarono ancora altri mesi prima di parlare di licenze, tanto che erano i nostri famigliari che ci facevano visita. Concludendo, mettendo assieme ordinaria, due licenze e due permessi di 48 ore, si arrivava alla somma di 24 giorni di licenza. La stessa cosa era anche per gli altri miei compagni.


 
CONCLUSIONI
Concludo con le parole del cap. COSOLA durante la sosta per il rancio in una delle tante marce: “Adesso bestemmiate per quello che stiamo facendo, ma verrà un giorno che racconterete tutto ciò ai vostri figli, nipoti e amici.” Ciò è avvenuto e sta avvenendo con questi miei quattro racconti pubblicati sul nostro sito del TASI E TIRA.

SERGIO NEGRINI 28 Btr. GRUPPO ASIAGO periodo servizio militare marzo 1970 aprile 1971
Tutte le foto inserite sono tratte dal sito Tasi e Tira


Racconto di Sergio Negrini 28° Btr. anno 1970


 Sfilata del 2 Giugno 1970 ai Fori Imperiali di Roma

LE PROVE A DOBBIACO :
Da tempo si sentiva si sentiva parlare in caserma della sfilata a Roma , ma noi della 28° Btr. presi dai nostri lavori abituali , alla cosa si dava poca importanza. Finché un giorno arrivò l'ordine di uscire in divisa di ordinanza con i pezzi someggiati per recarsi sulla pista di atterraggio R.A.L. per le prove della sfilata. Alle batterie 28 e 29 schierate sul piazzale pronte a partire , veniva affiancato un altro Artigliere non conducente per completare il gruppo. La cosa si ripeteva per tre o quattro volte. Al comando delle operazioni c'era il Cap. Antonini , come si vede dalla foto scattata dal fotografo Pasini in postazione sul viale che porta alla stazione. Le prove consistevano nello sfilare a tempo di musica con l'inno degli alpini mandato dagli altoparlanti dell'aeroporto.

Foto di esercitazioni e prove per la Sfilata da fare a Roma il 2 Giugno.


LA PARTENZA :
Dopo aver caricato i muli su appositi vagoni , verso le dieci e trenta , dopo il fischio del capostazione siamo partiti da Dobbiaco alla volta di Brunico dove si unirono ancora altri vagoni ed altri artiglieri. Una sosta poi a Bolzano per completare la tradotta. A Verona , verso mezzanotte il treno si fermò per circa 20 minuti. Per i familiari che conoscevano gli orari e gli spostamenti dei treni fu l'occasione per salutarsi e per portare dei viveri per il viaggio. Bisognava dar da mangiare anche ai muli ; ricordo in una sosta la fatica e la paura nello scendere all'interno del carro per mettere la musetta di biada e il secchiello dell'acqua. Noi del primo settanta avevamo circa 60 giorni di esperienza e credetimi era dura. Per il nostro rancio ricordo che fu la prima volta che utilizzavamo i viveri Kappa.

ARRIVO A ROMA :
Arrivammo  a Roma dopo circa 24 ore di viaggio. Le operazioni di scarico non furono semplici : i muli erano agitati per il lungo viaggio ed era pericoloso avvicinarsi per poterli scaricare dai vagoni per poi ricaricarli sui camion e portarli nelle vicinanze della caserma Cecchignola , dove era stato allestito un filare all'aperto con un capanno in muratura già esistente che serviva da ricovero per il servizio di guardia ai muli.

LE PROVE GENERALI :
Le prove erano fissate per il giorno 31 Maggio , alle ore 24 : mezzanotte ! Quella sera a Roma faceva un caldo terribile-afoso e durante il trasferimento dall'accampamento al centro di Roma , saranno stati dieci o dodici chilometri , ci colpì un forte temporale estivo che ci bagnò da capo a piedi. Finite le prove si ritornò in caserma. La cosa si concluse verso le quattro del mattino. Era già il 1° Giugno. La sveglia suonò alle ore nove , poi ci fornirono dei ferri da stiro per sistemare le divise e le camicie per essere pronti per la sfilata.

IL MULO PER LA SFILATA :
Il mio mulo portava le ruote dell'obice. Conoscevo abbastanza bene il suo carattere : potevi fare qualsiasi cosa che non si muoveva , ma se sentiva un rumore strano , diverso dai soliti , partiva al galoppo. In una marcia a Dobbiaco per un fruscio di foglie , l'abbiamo rincorso per due ore. Tutto questo mi dava da pensare in un ambiente che sicuramente non era il suo. Il suo nome non lo ricordo , era breve , forse Eco o Deco , con il pelo rossiccio e molto robusto. Visto il carico che doveva portare qualche romano del pubblico lo scambiava per un cavallo.

Foto delle Batterie del Gruppo Asiago che sfilarono a Roma ai Fori Imperiali
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Foto della prima fila delle Batterie Obici in sfilata il 2 Giugno a Roma
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LA SFILATA :
Eravamo fermi in un cortile nelle vicinanze dei Fori Imperiali da circa due ore in attesa di partire. Fu proprio il mio mulo a cadere per terra. Sganciate le ruote e rimesso in piedi e ricaricato , tutto sembrava risolto. Dopo cinque minuti un altro mulo la stessa storia , poi ancora un'altro. Gli ufficiali presenti capirono che qualcosa non andava e chiamarono i veterinari che giunsero in pochi minuti: Capirono che tutti i muli avevano la febbre. Ma non c'era più tempo. Arrivò l'ordine di partire. Fortunatamente tutto andò liscio senza problemi. Tornati all'accampamento, i muli rimasero a Roma per quaranta giorni,noi tornati a Dobbiaco,ci aspettava il campo estivo con i muli rimasti in Caserma.


Racconto di Sergio Negrini

 

Artigliere della 28° Batteria - Caserma Piave - Anno di naja 1970

 

Le foto inserite provengono dalla sua collezione privata e scattate durante la trasferta a Roma.

 

Il testo del racconto e tutte le foto sono state inviate dall'Art. Sergio Negrini.




Racconto di Pio Di Stefano 29° Btr. anno 1973


  Io , Artigliere del Gruppo Asiago.

Era arrivata l’ora del servizio militare. Avevo 25 anni. Non avendo sostenuto un esame universitario di ingegneria, nella sessione estiva, con esito positivo, mi fu negato il rinvio e quindi mi arrivò la cartolina di chiamata al servizio militare di leva. Entro il 31 gennaio del 1972 avrei dovuto trovarmi a Trento presso la Caserma del 4° Reggimento di Artiglieria Campale.
Il pomeriggio del 30 Gennaio partii accompagnato da Papà e da Biagio mentre su Rocca di Cambio imperversava una violenta bufera di neve. A bordo della Fiat 128 , con noi, c’erano anche Ulisse Di Stefano e Luciano Lolli che nella stessa giornata del 31 avrebbero dovuto raggiungere i reparti ai quali erano stati assegnati. Ad Avezzano prendemmo il treno per Roma e da qui proseguimmo , insieme , verso le nostre destinazioni con un viaggio che durò tutta la notte. A Bologna salutammo Ulisse mentre Luciano scese a Verona. Io, in compagnia di alcuni atleti di sci alpino dei gruppi delle FF.OO di Moena, delle FF.GG. di Predazzo e dei Carabinieri di Canazei che erano stati a Rocca di Cambio per alcune gare di coppa Italia che si erano svolte a Campo Felice, raggiunsi Trento nella prima mattinata.
Una mattina nebbiosa che non permise di vedere la città e che acuì ancora di più il mio tormento trovandomi spaesato e senza riferimenti , tranne la caserma , in una città che non conoscevo affatto. A Trento rimasi per più di un mese poi, dietro la mia richiesta di avvicinamento a casa, contro ogni mia previsione , anche perché speravo in qualche raccomandazione promessami, fui trasferito a Dobbiaco presso il 2° Reggimento di Artiglieria da Montagna del Gruppo Asiago.
Per un abruzzese purosangue come me e , per di più, nato nel Comune più alto di tutto l’Appennino (1.434 m.s.l.m.) andare in un Reggimento alpino era il massimo, ma Dobbiaco dov’era? Non ne avevo idea! Con un groppo alla gola che mi impediva di respirare e di parlare e con migliaia di pensieri nella testa , con uno zaino abbastanza pesante da portare in spalla e con lo zaino valigia nella mano, mi recai alla stazione di Trento per prendere il treno che avrebbe dovuto portarmi fino a Fortezza dove avrei dovuto prendere la coincidenza per la Val Pusteria. Era il 18 Marzo del 1972. La tratta Fortezza-Dobbiaco percorsa al calare della sera a bordo di un treno che aveva ancora la locomotiva a vapore mi riservò uno scenario naturale, tra boschi e montagne, che aveva dell’incredibile e che, per un po’, mi riporto, col pensiero, alle mie montagne anche se i paesaggi erano proprio del tutto diversi.
Verso le 20:30 arrivai alla stazione di Dobbiaco. Una stazione piccolina dove si sentiva parlare solo in lingua tedesca. Poche persone sparse nella sala di attesa riservata a coloro che erano diretti verso la vicina Austria.
Momenti di smarrimento. Poi, fortunatamente, un ferroviere mi passò davanti e a lui chiesi subito informazioni sulla caserma Piave dove avrei dovuto presentarmi. Mi diede delle indicazioni e mi fece capire che la caserma si trovava a più di un chilometro. Mi consiglio, quindi, di telefonare e così dopo circa dieci minuti dalla mia telefonata una campagnola mi caricò e mi portò in caserma. Durante il breve viaggio scambiai quattro chiacchere con i ragazzi del Reparto Maggiorità che erano venuti a prendermi e loro, nel sentire che ero abruzzese, rimasero molto sorpresi soprattutto perché , come mi spiegarono, il più meridionale di tutto il Gruppo Asiago era della provincia di Brescia. “Di norma , mi dissero, gli abruzzesi vanno nella Julia”. All’ingresso della caserma, davanti al posto di guardia, la mia attenzione fu attirata da una enorme pittura murale, dipinta su una bianca facciata, nella quale potevo ben distinguere un mulo tirato da un alpino, ma la cosa che mi colpi di più fu il motto :
“Tasi e Tira”. Diceva tutto!
Esplicate le formalità di rito e consegnati i miei documenti seppi di essere stato assegnato alla 29° Batteria che occupava il 3° piano della caserma. Accompagnato dall’Ufficiale di Picchetto e da un caporale raggiunsi la camerata quando quasi tutti erano a letto. Un intenso odore di mulo e di sudore mi accolse all’ingresso della camerata dove, all’ultima stanza, davanti ai bagni, in una collocazione non definitiva, trovai il mio posto branda che, essendo una cosa provvisoria , mancava di lenzuola e di coperta , motivo questo per il quale dovetti rintracciare il magazziniere che mi fornì di tutto il necessario. Parlando con qualcuno venni a sapere che la batteria era appena rientrata da una cooperazione con gli alpini che erano di stanza a San Candido. Ciò mi fece capire che il reparto cui ero stato assegnato era un reparto operativo e mi diede la giusta misura di quello che avrebbe dovuto essere, da quel momento in poi, il mio servizio militare. Una notte insonne fatta di pensieri e di incubi poi, al mattino, triste e spaesato fui convocato in fureria e qui qualcosa cambiò il mio umore e mi fece tornare ad essere più tranquillo. Il furiere Sergio Dalpiaz, di Bressanone, mi comunicò che ero stato destinato a sostituirlo in quanto a breve lui avrebbe dovuto congedarsi. Questa notizia mi rincuorò e qualche minuto dopo, con il cuore che mi batteva come non mai, mi ritrovai al cospetto del comandante della batteria. A prima vista l’impressione che ne ricavai fu quella di un uomo burbero e nello stesso tempo austero poi, piano piano, parlandoci, scoprii che la realtà era del tutto diversa e che mi trovavo di fronte ad una persona intelligente che esigeva il rispetto che la vita militare pretendeva. Una persona con la quale, durante tutto il periodo del mio servizio militare , allacciai un ottimo rapporto sempre, s’intende, nei limiti voluti dalla gerarchia militare.Il capitano Baldo Micheli mi riconfermò, che in quella sede, che avrei preso il posto di Dalpiaz dopo un mese di corso per topografo specializzato al tiro che avrei dovuto frequentare presso il Gruppo Vicenza di Stanza a Brunico dove mi accompagnarono con altri commilitoni qualche giorno dopo.
Un mese tranquillo trascorso a Brunico dove conobbi, tra gli altri , un Messner , di cui non ricordo il nome, divenuto poi sergente per essersi raffermato ma , poi , deceduto in una delle spedizioni organizzate dal più famoso fratello Reinhold. Rientrai a Dobbiaco il 25 Aprile e, da quella data , iniziò la mia vita militare all’interno della 29° Batteria con l’incarico di furiere.
Tredici mesi circa di naja alpina che oltre a fortificarmi nel fisico e nel carattere mi diedero la possibilità di conoscere ed apprezzare tanti ragazzi di varie regioni d’Italia, ma la maggior parte erano dell’Alto Adige. Tredici mesi in cui ebbi l’opportunità di scoprire per poi frequentare, nei tanti anni in cui sono ritornato a Dobbiaco con tutta la mia famiglia e con gli amici, luoghi stupendi per i paesaggi alpini meravigliosi e per ripercorrere tanti sentieri di montagna che mi avevano visto spesso e volentieri in marcia, con una bella tavola sulle spalle, davanti ad una lunga teoria di muli e militari. Scenari stupendi quelli della Croda Rossa, del Fanes, del Sennes, di Prato Piazza e del Picco di Vallandro, dell’alta via delle Dolomiti intorno alle tre cime di Lavaredo, di Misurina, del lago di Landro, della Val Casies, del rifugio Tre Scarperi , del monte Piana ,di Pederù , di San Vigilio di Marebbe e di Prato alla Drava.
Marce indimenticabili sotto il sole , la pioggia e la neve in occasione del Campo estivo, della scuola di tiro e del campo invernale. Marce faticose al seguito del Capitano Micheli e dei Tenenti Morrone e Donnini. Imprese ardite sul Picca di Vallandro con sulle spalle una parte più leggera del 105/14 mentre altri, più robusti , si scambiavano in continuazione il tubo obice ed il blocco di culatta pezzi , questi , che pesavano intorno ai 100 Kg. E poi la dimostrazione, al suono inconfondibile della “33” , della nostra efficienza davanti ai comandanti di eserciti stranieri venuti a visionare quei cannoni in nostra dotazione. Obici che potevano essere trasportati in montagna in tutti i modi : spalleggiati , someggiati , trainati dalle campagnole , tirati su con potenti elicotteri e tanti muli che erano la dannazione di tutta la batteria.
Ricordi indelebili che si accavallano nella mente che cerca di focalizzare, col passare del tempo , gli avvenimenti più importanti di quel periodo che rimane una parte importante della nostra vita. Quindici mesi lontano dalla famiglia, dagli affetti e dall’amore in realtà etnicheMolto ma molto diverse dalla nostra per gli usi, la lingua, ed i costumi ed a centinaia di chilometri da casa. Una Palestra di vita ed una esperienza che ogni ragazzo dovrebbe fare.E poi tanti amici di cui si conserva il ricordo e che spesso si cercano con scarsi risultati : Sergio Dalpiaz di Bressanone , Tullio Sometti di Garda (l’unico col quale mi sono spesso ritrovato), Obberrauch Edoard di Bolzano, Francesco Torriani di Bolzano, Zanotelli della Val di Cembra, Giovanni Fumasi di Varese, Citti Cometti di Brescia, Sordo Lucio di Verona? Minucciani Marco toscano. E tanti , tanti altri che si ripresentano spesso guardando le foto dell’impresa ardita sul Picco di Vallandro : Malachina , Gatti , Fiorin, Giangaré, Fusinato, Ziller, Franco, Visentini, Vanzo e Rizzi.
Oggi a distanza di trenta anni scrivo queste note con il cuore a pezzi perché del Gruppo Asiago rimane solo il ricordo. In un esercito di professionisti, nel nuovo modello di difesa voluto dai politici , non si riusciti a trovare un posto ad un Gruppo facente parte della gloriosa Brigata Tridentina. Tante notti in altana, tanti giorni in tenda e nel sacco a pelo, tanti muli , tante vesciche sotto i piedi , tante musette , tante scuderia , tante lettiere , tante abbeverate , tanta e tanta storia per ritrovare, alla fine , nulla. Purtroppo è andata così ma tutto ciò non impedisce di ricordare con profonda nostalgia quel “lungo” periodo e di continuare a portare con orgoglio , nelle adunate nazionali , il cappello alpino con la nappina dell’artiglieria da montagna , il fregio della 29° batteria e lo stemma del Gruppo Asiago su cui troneggia il motto “Tasi e Tira”.


Testo inviato da Pio di Stefano - Rocca di Cambio (L'Aquila) - Furiere alla 29° Batteria nell'anno 1973


Racconto di Renato Cosaro - 29° Btr.


Alla 29° Batteria anziché nel Coro della Tridentina.


Ciao a tutti. Vi voglio raccontare una storia. Sono partito il 1 marzo del 1983 per il CAR di Merano assieme al mio amico e paesano (di Grigno Valsugana) Sartori Daniele. Avevamo nel bagagliaio una bella raccomandazione per poter entrare nel coro della Tridentina a Bressanone (meritata perché cantavamo nel coro Valsugana del nostro paese). Dopo due mesi di CAR , eccoci pronti per partire per il proprio Corpo , consci che dopo circa una settimana saremmo stati aggregati a Bressanone nel coro. Io partii per Dobbiaco , Daniele per Monguelfo. Ci salutammo con un bel "arrivederci alla prossima settimana". Nel periodo che fui aggregato a Dobbiaco , mi misero piantone in camerata (alla 29° batt.) , ero stanco e mi misi a fare un sonnellino. Dopo qualche minuto arrivò l'ufficiale di ispezione, il quale vedendomi "riposare" mi mise Punito. Nella mia totale inesperienza lo mandai a quel paese con un bel "VAFFA". Morale? Fui denunciato per offesa a Pubblico Ufficiale. Processo per direttissima a Verona , poi 5 (cinque mesi) di condizionale , e mi tennero a Dobbiaco per tutto il periodo militare. Addio sogni di gloria ! Ricordo ancora il "ghigno" del Cap.Porto nel momento che mi diede il foglio di via per andare a Verona , la sera prima , per dormire all ospedale militare. Io non ci andai. Sono andato al mio paese a dormire , e la mattina partii con la macchina di mio padre per il tribunale. Non sapevo che rischiavo doppio, non eseguendo un ordine , infatti al ritorno a Dobbiaco il furiere (grande amico) mi chiese la ricevuta di ritorno dall'ospedale (che io non avevo.) Si pigliò 5 gg. di consegna , ma mi salvo dalla furia del Cap. Porto. Un altra bella soddisfazione fu quando "fregai" il solito Cap. Porto facendo la licenza ordinaria doppia e incassandola anche , perche , essendo stato aggregato un mese e più a Corvara , avevo già usufruito della ordinaria là.
Ora dopo più di 30 anni , a ripensarci , ringrazio il destino che mi permise di rimanere a Dobbiaco ad imparare tante cose ; senza sottovalutare il Coro della Tridentina , che tanto onore ha portato in giro per l Italia e non solo.
P.S :il mio grande amico Daniele purtroppo ci ha lasciato in un incidente qualche anno fa. Ora canterà in qualche coro di Angeli.
Ciao a tutti!
 
By Renato Cosaro on Tuesday, June 25, 2013 at 3:47pm
 


Racconto di Toni Serafini  R.C. anno 1975

Nappina del R.C.
La mia naja con lo sciopero : di Toni Serafini

I miei ricordi di naja sono tanti. Voglio però ricordare alcuni episodi che mi hanno segnato delle vere lezioni di vita. Anno 1975 , Dobbiaco , Caserma Piave , Artigliere da montagna , Gruppo Asiago. Arrivo qui dopo un mese di CAR svolto a Bolzano alla Caserma Huber , Alpini.
– Paese , il primo impatto : tanti soldati italiani in un bel paese tedesco. Il clima dei rapporti non proprio buoni , ma grazie a una grande nevicata cambia radicalmente.
Siamo agli inizi di marzo, c‘è appena stata una grande nevicata. Il Sindaco del paese contatta il Colonnello. ”Siamo in emergenza: ci potete aiutare a spalare la neve". Detto fatto, poco dopo eravamo in paese a dare una mano. La collaborazione ha cambiato il clima. Ce ne siamo accorti subito. La sera stessa , al giro dei bar , in molti ci offrivano da bere. Certe volte basta molto poco per costruire una convivenza positiva!
Altro scenario : campo Estivo. Facevo parte della compagnia 30 Comando, che non partecipava al campo. Ma sono qui e voglio assolutamente provare questa esperienza di cui altri commilitoni mi hanno parlato. Mi offro quindi volontario e vengo aggregato alla 29 Batteria. Un campo estivo impegnativo, faticoso direi : Fanes, Sennes , Lago di Misurina , Tre Cime di Lavaredo , Gruppo del M. Paterno, Tre Scarperi. Insomma posti stupendi, scenari favolosi , ma per marciare posti decisamente impegnativi! Assieme a ciò, un‘ottima compagnia, solidarietà di gruppo. Ci si aiuta portando lo zaino di che non ce la fa. Si marcia tutto il giorno. Ogni sera si preparano le tende e poi tutti, spossato e finiti , ci si addormenta immediatamente. E il giorno dopo sveglia presto e via! Questa vita all’aria aperta, al di là della retorica, ci tempra anche come uomini.
Sciopero del rancio : in caserma da un po’ si mangia male. Fra alpini ci si parla, ci si confronta. Non se ne può più. Quindi si decide. Sarà sciopero del rancio. Così un giorno, all’ora di pranzo, non si presenta quasi nessuno. Tutti solidali. Il comandante ci chiama, uno alla volta, vuole sapere, vuole capire. Verificherà. Non ci fa romanzine, solo qualche rimbrotto, sa che siamo dei buoni soldati , ci ha visti all’opera, a spalare la neve , al campo estivo, nelle esercitazioni. E infatti il rancio migliora. Mobilitarsi è servito.
Guardia ferroviaria. Sono quasi alla fine della naja, siamo a metà dicembre: arriva la notizia che si andrà vicino a Firenze, guardia alla Ferrovia. Dopo la strage al treno Italicus : attentato terroristico compiuto nella notte del 4 agosto 1974 a San Benedetto Val di Sambro, in provincia di Bologna anche gli alpini vengono mandati a fare la guardia. Ora tocca a noi. Arriviamo. Il posto è bello ma purtroppo ci mandano a dormire in un vecchio capannone industriale dismesso. Non di certo una buona soluzione! Dall‘altra invece, da subito, un ottimo rapporto con la gente di Toscana. Accoglienti, cordiali e calorosi : al bar non si paga mai, c‘è sempre qualcuno che offre! Quando non si è di turno si va in giro per la Toscana, in autostop. Non si potrebbe in divisa, ma come sarebbe stato possibile girare velocemente questi bei posti senza un mezzo di trasporto veloce. Gli automobilisti si fermano subito e danno un passaggio , certe volte deviando anche dal proprio percorso. Tutti noi abbiamo percepito questo grande calore umano verso noi più giovani alpini. Anche qui ottima esperienza di vita.  

Testo della narrazione inviato da Toni Serafini.


 

 

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